Ieri pomeriggio gli attori dell'Anonima Gr hanno voluto dare il loro contributo di solidarietà agli operai dell'Om e le loro famiglie ormai in lotta da tre anni per il proprio lavoro e la propria dignità. Anche questa è resistenza.
venerdì 6 settembre 2013
martedì 3 settembre 2013
Om, una "protesta simbolo" fondata sull'autorganizzazione.
Agli
inizi dell'estate non tutti credevano che il presidio degli operai
Om, oltre a resistere ai caldi mesi estivi, si sarebbe addirittura
rafforzato.
E questo è avvenuto grazie alla caparbietà di alcune decine di
lavoratori, supportati dalle proprie famiglie e da collettivi di
studenti e lavoratori precari, che durante la lotta hanno reso senso
comune l'autorganizzazione,
il mutualismo e nuove forme di socialità,
ben lontane da egoismi, frammentazione e indifferenza. Tra giugno e
luglio, con dei veri e propri picchetti per ben otto volte si è
impedito alla Kion-Om (controllata dalla famosa banca d'affari Golden
Sachs) di portare via i macchinari e gli ultimi carrelli prodotti. Ai
ripetuti ricatti da parte del cosiddetto padrone, che ha sempre
cercato di dividere i lavoratori e farli cedere per fame, da ultimo
la minaccia di non anticipare la cassa integrazione per il secondo
anno, si è risposto resistendo, ma anche avanzando una
netta rivendicazione: l'esproprio della fabbrica e delle
attrezzature (senza indennizzo) per ritornare a lavorare con una
gestione operaia.
domenica 1 settembre 2013
Noi appoggiamo la rivoluzione del popolo siriano – No all’intervento straniero
Dichiarazione di: Socialisti Rivoluzionari (Egitto), Corrente rivoluzionaria di Sinistra (Siria), Unione dei Comunisti (Iraq), Al-Mounadil-a (Marocco), Forum Socialista (Libano).
Domenica 31 agosto 2013
Più di 150 mila le persone uccise, centinaia di migliaia i feriti e i resi disabili, milioni di persone sfollate all’interno della Siria e all’estero; città, villaggi e quartieri sono stati distrutti, completamente o in parte, tramite l’utilizzo di ogni tipo di arma: aerei da guerra, missili scud, bombe e carri armati, tutti pagati con il sudore e il sangue del popolo siriano. E tutto ciò col pretesto di difendere la patria e raggiungere l’equilibrio militare con Israele (la cui occupazione dei territori siriani è di fatto protetta dal regime che non è stato in grado di rispondere a nessuna delle sue continue aggressioni).
Eppure, nonostante le enormi perdite abbattutesi sui Siriani, e le calamità a loro inflitte, nessuna organizzazione internazionale o paese di rilievo – o anche uno minore – ha sentito la necessità di offrire concreta solidarietà e supporto ai Siriani nella loro battaglia per i diritti più elementari, la dignità umana e la giustizia sociale.
L’unica eccezione sono stati i Paesi del Golfo e in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita. Tuttavia il loro scopo era di controllare la natura del conflitto e di guidarlo nella direzione di un conflitto settario, distorcendo la rivoluzione siriana e puntando ad annullarla, come riflesso del loro timore più profondo che la fiamma rivoluzionaria avrebbe finito per raggiungere i loro paesi. Così hanno appoggiato i gruppi oscurantisti Tafkiri provenienti, per la maggior parte, dai quattro angoli del mondo per imporre una visione grottesca per il governo basato sulla shari’a islamica. Questi gruppi sono stati impegnati, di volta in volta, in terrificanti massacri contro i cittadini siriani che si opponevano alle loro misure repressive, e un aggressioni all’interno di aree sotto il loro controllo o sotto attacco, come l’esempio più recente dei villaggi nella campagna di Latakia.
Un grande blocco di forze ostili, provenienti da tutto il mondo, sta cospirando contro la rivoluzione del popolo siriano, scoppiata in tandem con le rivolte che, negli ultimi tre anni, hanno coinvolto la regione Araba e il Maghreb. Le rivoluzioni di questi popoli hanno avuto lo scopo di mettere fine a una storia di brutalità, ingiustizia e sfruttamento, e ottenere i diritti alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale.
Tuttavia questo non ha solo provocato brutali dittature locali, ma anche la maggior parte delle forze imperialiste che cercano di portare avanti il loro furto delle ricchezze del nostro popolo, in aggiunta alle varie classi reazionarie e le forze in tutte queste zone e nei paesi circostanti.
Per quanto riguarda la Siria, l’alleanza che combatte contro la rivoluzione comprende una miriade di forze settarie reazionarie, guidate dall’Iran, dalle milizie confessionali dell’Iraq e, purtroppo, le forze d’attacco di Hezbollah, che sta affondando nel pantano di difendere un regime dittatoriale profondamente corrotto e criminale.
Questa spiacevole situazione ha colpito anche una sezione importante della tradizionale sinistra araba con radici staliniste, sia nella stessa Siria, che in Libano, Egitto e nel resto del mondo arabo – e del mondo in generale – chiaramente incline verso il regime di Assad. La giustificazione è che alcuni lo vedono come un regime “forte” o addirittura “di resistenza”, nonostante la sua lunga storia – durante la sua permanenza al potere – di protezione dell’occupazione sionista delle Alture del Golan, la continua e sanguinosa repressione di vari gruppi di resistenza ad Israele, sia palestinesi che libanesi (o Siriani), e il rimanere inattivo e servile dalla guerra dell’Ottobre 1973, riguardo l’aggressione di Israele ai territori siriani. Questa propensione avrà gravi ripercussioni sull’ordinaria posizione siriana circa la sinistra in generale.
Le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza, in particolare, non sono stati in grado di condannare i crimini del regime, che il popolo siriano ha respinto continuamente e pacificamente per più di sette mesi, mentre le pallottole dei cecchini e la shabbiha prendevano i manifestanti uno ad uno e giorno dopo giorno e mentre gli attivisti più influenti erano detenuti e sottoposti alle peggiori forme di tortura e di eliminazione nelle prigioni e nei centri di detenzione. Per tutto il tempo, il mondo è rimasto completamente in silenzio e in uno stato di totale passività.
Questa situazione è continuata con una piccola differenza anche dopo che il popolo in rivolta ha deciso di prendere le armi e l’emergere di quello che è ora conosciuto come il Libero esercito Siriano (FSA), il cui comando e i cui soldati provengono, per la maggior parte, dall’esercito regolare. Questo ha portato a una terribile escalation di crimini commessi dal regime.
L’imperialismo russo, il più importante alleato del regime baathista di Damasco, che li rifornisce di ogni tipo di supporto, rimane in guardia per bloccare qualsiasi tentativo di condannare quei crimini al Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti, d'altra parte, non trovano un vero problema nella continuazione dello status quo, con tutte le ripercussioni apparenti e la distruzione del paese. Questo nonostante le minacce e le intimidazioni utilizzate dal presidente degli Stati Uniti, ogni qual volta qualcuno nell'opposizione solleva la questione dell'uso di armi chimiche da parte del regime, fino all'ultima escalation, quando si è ritenuto che sia stata oltrepassata la "linea rossa".
E 'chiaro che Obama, che dà l'impressione di voler andare avanti con le sue minacce, si sarebbe sentito in grande imbarazzo se non l'avesse fatto, dal momento che non solo questo avrebbe avuto un impatto negativo sul presidente, ma ne avrebbe risentito anche l'immagine di stato potente e arrogante che l’America riveste agli occhi dei paesi arabi asserviti e del mondo intero.
L’imminente attacco contro le forze armate siriane è, in sostanza, guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, si verifica con la comprensione e la cooperazione dei paesi imperialisti alleati, anche in assenza di razionalizzazione attraverso la solita farsa, conosciuta come “legittimità internazionale” (vale a dire le decisioni dell'ONU, che era e rimane rappresentante degli interessi delle grandi potenze, sia in conflitto che alleate, a seconda delle circostanze, delle differenze, e degli equilibri fra loro). In altre parole, l’attacco non attenderà il Consiglio di sicurezza a causa del prevedibile veto russo-cinese.
Purtroppo, molti nell'opposizione siriana stanno scommettendo su questo attacco e sulla posizione degli Stati Uniti in generale. Essi ritengono che questo creerebbe un'opportunità per loro per prendere il potere, scavalcando il movimento e le masse e la loro decisione indipendente. Non dovrebbe essere una sorpresa, quindi, che i rappresentanti di questa opposizione e l'FSA non hanno avuto riserve a fornire informazioni agli Stati Uniti circa gli obiettivi proposti per l'attacco.
In ogni caso, noi siamo d’accordo su quanto segue:
• L'alleanza imperialista occidentale colpirà diverse posizioni e parti vitali delle infrastrutture militari e civili siriane (con diverse vittime, come al solito). Tuttavia, come ha voluto sottolineare, gli attacchi non saranno destinati a rovesciare il regime. Essi sono semplicemente destinati a punire, detto con le parole di Obama, l’attuale leadership siriana e salvare la faccia dell'amministrazione degli Stati Uniti, dopo tutte le minacce che riguardo l'uso di armi chimiche.
• Le intenzioni del presidente americano di punire la leadership siriana non derivino, in alcun modo, dalla solidarietà di Washington per la sofferenza dei bambini che sono caduti nelle stragi Ghouta, ma derivano piuttosto dal suo impegno per quelli che Obama chiama gli interessi vitali degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale, oltre a agli interessi e alla sicurezza di Israele.
• L'esercito siriano e dei suoi alleati regionali, guidato dal regime iraniano, non avranno abbastanza coraggio, molto probabilmente, per mettere in atto quelle che sembravano essere minacce da parte dei loro alti funzionari che qualsiasi attacco occidentale contro la Siria infiammerebbe tutta la regione. Ma questa opzione rimane sul tavolo, come opzione finale e con risultati catastrofici.
• L'imminente assalto imperialista occidentale non intende sostenere la rivoluzione siriana in alcun modo. Avrà lo scopo di spingere Damasco al tavolo delle trattative e di permettere a Bashar al-Assad di ritirarsi dal primo piano, mantenendo comunque il regime in atto, migliorando allo stesso tempo notevolmente le condizioni per rafforzare la posizione dell'imperialismo americano nella futura Siria contro l'imperialismo russo.
• Più coloro che partecipano alla continua mobilitazione popolare - che sono più consapevoli, di principi e dediti al futuro della Siria e del suo popolo - realizzano questi fatti, le loro conseguenze, i risultati, e agiscono di conseguenza, più questo contribuirà ad aiutare la il popolo siriano a scegliere con successo una vera leadership rivoluzionaria. Nel processo di una lotta impegnata, basata sugli interessi attuali e futuri del loro popolo questo produrrebbe un programma radicale coerente con quegli interessi, che potrebbe essere promosso e messo in pratica sulla strada della vittoria.
No ad ogni forma di intervento imperialista, sia Americano che Russo.
No a tutte le forme di intervento settario reazionario, sia dell’Iran che dei Paesi del Golfo.
No all’intervento di Hezbollah, che merita il massimo della condanna.
Basta con le illusioni riguardante l’imminente attacco Americano.
Aprire i depositi di armi per il popolo siriano, per lottare per la libertà, la dignità e la giustizia sociale.
Vittoria a una Siria libera e democratica e basta per sempre con la dittatura di Assad e tutte le dittature.
Lunga vita alla rivoluzione del popolo siriano.
Fonte: http://www.al-manshour.org/en/statement-by-rev-socialists-marxists-on-us-attack-on-syria
Traduzione di Luana Andronico
Grazie ad International Tahir: https://www.facebook.com/InternationalTahrir
venerdì 30 agosto 2013
Contro le narrazioni tossiche, un recensione di "Mitocrazia"
Ci sono storie che confermano il sistema di valori in cui siamo inseriti e altre che lo ribaltano. Ci sono storie che muovono dal basso, che sono egalitarie ed emancipatorie e altre che discendono dall'alto, che irreggimentano e propagano i canoni del senso comune. Una recensione del libro "Mitocrazia. Storytelling e immaginario di sinistra".
Tra le cose che facciamo, raccontiamo storie. Dalla chiacchiera da bar alle strategie delle campagne elettorali, dai libri ai cinema, dalla pubblicità all'ultimo insopportabile reality: raccontiamo storie, elaboriamo immaginari che possono citarsi e decostruirsi a vicenda, lottare tra di loro, emancipare i lettori o contribuire a rinsaldare le cornici del pensiero dominante. Su queste faccende si interroga, con i ferri del mestiere della narratologia, della semiotica del testo e delle discipline strutturaliste, Yves Citton, autore di Mitocrazia. Storytelling e immaginario di sinistra (Alegre, 2013, pp. 271, euro 20, traduzione di Giulia Boggio Marzet Tremoloso).Come si guadagna l'attenzione del lettore? Come si sollecitano le sue reazioni emotive e cognitive, si agganciano le riflessioni e i ragionamenti con la forza del riso e delle lacrime, della fierezza e dell'umiliazione? Esiste un modo enunciazionale tipico di una narrazione di sinistra, che sia emancipatoria e non elitaria? Che alimenti un immaginario popolare? Come possono alcune storie farci diventare quel che «dovremmo essere»? Per rispondere, Citton elabora una complessa teoria del sapere e del potere che arriva fino al campo testuale e alle sue implicazioni pragmatiche e perlocutive. Pagato il suo debito con Tarde, Deleuze, Guattari e Lazzarato, la riflessione dell'autore è ancora più intrigante quando si inoltra in quella zona magnetica in cui il potere circola tra gli attori sociali in «flussi di desideri e di convinzioni». In questo campo (magnetico, ma anche semiotico) si formano strategie testuali che catalizzano emozioni e influenzano opinioni. Queste strategie altro non sono che le storie raccontate e la nostra realtà è «un'immensa accumulazione di racconti».
mercoledì 28 agosto 2013
Siria, tra solidarietà e coerenza.
Per essere chiari: siamo completamente e indubbiamente contro qualsiasi intervento militare di Stati uniti e alleati contro la Siria. Siamo state/i in prima fila negli ultimi 20 anni nel denunciare questo tipo di interventi (dall'Iraq alla ex-Jugoslavia, dall'Afghanistan alla Somalia, dalla Libia al Mali e tanti altri) e ci siamo mobilitate/i per contrastarli – in particolare per denunciare e contrastare il contributo politico, militare e finanziario del nostro paese a tali interventi.
Sembra una banalità, ma non è così: in primo luogo perché è bene ricordarlo a noi stesse/i e a chi vuole ascoltarci; in secondo luogo perché altri non possono rivendicare tale coerenza – pensiamo al grande attivismo attuale dei pochi militanti del PdCI, che sembrano non ricordare (o forse preferiscono rimuovere...) il contributo del loro partito ai bombardamenti su Belgrado; o a chi ha preferito salvare il soldato Prodi di fronte al rinnovo della missione militare in Afghanistan....
Gli ultimi giorni sembrano aver aperto la strada ad una possibile escalation dell'intervento militare diretto in Siria, attraverso una qualche forma di bombardamento di Usa e alleati.
Il terribile attacco con armi chimiche nella zona di Ghouta a Damasco sembra rappresentare per la diplomazia internazionale e per gli ipocriti governi occidentali un evento da cui non possono prescindere e al quale devono in qualche modo «rispondere».
Naturalmente non possiamo sapere con certezza chi siano i responsabili dell'uso di gas contro la popolazione siriana – ma in fondo questa tragedia non cambia sostanzialmente quanto avviene in quel paese (e le responsabilità criminali del regime, non solamente negli ultimi due anni di repressione e massacri), anche se potrebbe provocare un salto di qualità nella guerra in corso.
Abbiamo visto troppe volte le menzogne e le bufale della propaganda di guerra per poterci fidare dei vari Kerry, Cameron e amici loro. Allo stesso tempo ci fanno sorridere – per non dire che ci disgustano – i falsi ingenui che prendono automaticamente per buone le rivelazioni del regime di Assad che ha immediatamente ritrovato i bidoni di armi chimiche nei tunnel scavati dai «ribelli» – come se questa non fosse propaganda alla stessa stregua e con la stessa mancanza di credibilità.
L'intervento diretto di Usa e alleati potrebbe quindi scattare, malgrado questo intervento non sia stato davvero perseguito da Obama e la sua amministrazione – che anzi continua ad avere molti dubbi e a inviare al regime di Assad, ai suoi protettori e al mondo intero segnali contraddittori.
Obama continua a parlare della «necessità di un consenso della comunità internazionale», ma questa è una frase che non significa nulla – soprattutto in bocca a chi si sente in qualche modo il rappresentante legittimo, morale prima ancora che politico, di tale «comunità» inesistente. Allo stesso tempo cerca segnali precisi che provengono da Russia e Cina, dichiaratamente contro ogni intervento diretto – ma pronte a prenderne atto con proteste formali e nessuna conseguenza seria sul piano delle relazioni diplomatiche, come già successo più volte anche negli ultimi anni, mentre continueranno a fornire armi e supporto tecnico al regime siriano.
A discapito della scarsa voglia di imbarcarsi in un'avventura di cui non riescono a prevedere conseguenze a corto e lungo periodo, Usa e alleati potrebbero comunque alla fine decidere per un intervento «limitato» - più simile ai bombardamenti su Somalia e Uganda che non alla «missione» in Kosovo.
Questo intervento peggiorerebbe ancor più di quanto già sia tragica la situazione in Siria, per diversi motivi: in primo luogo, come sempre avviene, la solita «chirurgia» di guerra statunitense e alleata porterà nuovi lutti alla popolazione siriana che si vuole «liberare», come succede ogni giorno in Afghanistan e come è successo in Iraq, Kosovo, Libia ecc... - con altre migliaia di profughi che fuggiranno dalle zone bombardate; secondo, pur causando danni alle forze militari del regime, non sarebbe in grado (ne si spingerebbe a farlo) di renderle inoffensive - anche perché ci sarebbe comunque un aumento delle forniture e del sostegno da parte di Russia e Iran; terzo, il regime ricompatterà le sue fila e riceverà nuovi consensi in Siria e fuori dalla Siria; quarto ci sarà sicuramente una recrudescenza degli scontri armati - anche tra le file dell'opposizione, perché diversi gruppi cercheranno di garantirsi una migliore posizione per i giorni dopo l'intervento; infine, aumenterà il rischio di un contagio regionale, che si estenderebbe direttamente al Libano e poi ad altre regioni, forse fino all'Egitto.
Per tutto questo siamo contro ad un intervento militare in Siria, diretto e messo in atto da chi si presenta come gendarme del mondo non avendone alcun titolo.
Dicendo che siamo contro l'intervento straniero in Siria dobbiamo ricordare che questo già è in corso, da parte di diversi soggetti: mentre la frastagliata opposizione siriana viene nei suoi diversi gruppi sostenuta da Arabia Saudita, Qatar, Turchia e dagli stessi paesi della Nato, il regime di Assad ha goduto di un sostegno fondamentale di Russia e Iran, oltre che di quello sul campo dei miliziani di Hezbollah - che in diversi casi hanno risolto battaglie importanti per la tenuta militare del regime.
Queste diverse agende hanno da una parte consentito al regime di Assad di continuare a sopravvivere e a continuare ad ammazzare, distruggere, imprigionare - e dall'altra hanno in qualche modo «ucciso» la rivoluzione siriana, consentendo a gruppi minoritari ma meglio equipaggiati di avere egemonia sul campo, mettendo fuori gioco non solo le forze laiche e democratiche, ma anche in molti casi i Comitati locali della stessa rivoluzione, oltre a provocare rotture pericolose con le popolazioni e i gruppi kurdi.
In fondo questa situazione di «equilibrio» bellico - dove il regime non può pensare di tornare ad una situazione precedente il marzo 2011 e le opposizioni non sono in grado di vincere militarmente - è la migliore possibile per tutti questi attori che possono continuare a condurre i loro giochi politico-strategici sulla pelle delle e dei siriane/i.
Onestamente non riusciamo a credere davvero ad un intervento non militare di una «comunità internazionale» che non riesce nemmeno a organizzare un piano di aiuti umanitari degno di questo nome, che almeno protegga rifugiati e bambine/i con una «pacifica invasione» di forze disarmate e di sostegno alla popolazione. Non riusciamo a credere ad una diplomazia internazionale capace di proporre una «soluzione politica» che non sia il salvataggio del regime magari sacrificandone il simbolo (Bashar) per mantenere un attore che ha garantito un equilibrio regionale favorevole a Israele e quindi agli stessi Stati Uniti.
Per questo non riusciamo a lanciare appelli al «dialogo» e a «conferenze internazionali» che oggi sarebbero gestite dagli stessi soggetti statali e non che hanno le principali responsabilità nella distruzione della Siria.
Dichiararsi oggi con forza contro l'intervento Usa e alleato - contro i bombardamenti più o meno «mirati» e contro ogni altra misura di guerra - per noi non può infatti prescindere da una chiara, sincera e forte denuncia dei crimini del regime e dal sostegno alle ragioni della rivoluzione siriana. E in Italia questo significa stare insieme alle siriane e ai siriani che denunciano tali crimini e si mobilitano per la libertà e la dignità in Siria: sappiamo che molte/i di loro approveranno un eventuale intervento Usa: non condividiamo in alcun modo questa loro posizione, anche se comprendiamo quelle/i che sinceramente pensano che questo possa dare una tregua alle sofferenze della popolazione siriana. Per quanto abbiamo detto, non ne siamo convinte/i - e comunque ci sono ragioni politiche globali che rendono un eventuale intervento pericoloso e drammatico per tutte/i, siriane/i in primo luogo.
Vorremmo che si alzassero tante voci anche in Italia e in Europa che dicano con chiarezza che non accetteranno una nuova guerra occidentale in medioriente e che non accettano più di stare in silenzio di fronte ai crimini di Assad e del suo regime - e che per questo moltiplicheranno ogni iniziativa di sostegno alla popolazione siriana e alle forze di opposizione democratiche. Prima di tutto non lasciandole sole.
Piero Maestri.
martedì 27 agosto 2013
A proposito della Siria.
Dove c’è uno sterminio a guida del sanguinario Assad in Siria, lì deve esserci anche una nuova Hiroshima in nome dell'etica e della morale. Con un'unica differenza rispetto alle ultime guerre del Bene contro il Male: questa volta la firma è di un democratico, Obama e non dei Bush. Dopo più di due anni, i filo-occidentali si ricordano del massacro, mentre i filo-Assad di lanciare appelli contro la guerra imperialista, come se Russia e Cina non fossero coopartecipi e primi protagonisti del "nuovo" imperialismo cosmpolita e umanitario: quello col vestito cambiato, ma sempre a rimorchio degli interessi del dio Capitale e del Mercato. Mentre appare una contrapposizione più di facciata che reale tra Cina&Russia e Usa&Company sul tavolo dell'ONU, chi paga le conseguenze è il popolo siriano; non sorretto attivamente da una solidarietà internazionalista capace di incidere a favore degli interessi sociali e democratici di un popolo, che sta combattendo per la caduta di un regime assassino all'interno di un processo rivoluzionario.
Per saperne di più rimandiamo al libro "Elogio della politica profana" di Daniel Bensaid (Alegre 2013) e in particolare alle parti sullo stato d'eccezione ordinario, la guerra permanente e illimitata, le utopie contemporanee, i nuovi spazi e l'Egemonia e democrazia radicale.
giovedì 22 agosto 2013
Occupare per Riappropriarsi del pubblico!
Sull'esperienza di occupazione e autorecupero del Socrate Occupato di Bari.
La presenza del centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.), sommata alle leggi europee e nazionali, che limitano in maniera considerevole la libera circolazione dei cittadini stranieri che riescono ad ottenere lo status di rifugiati per motivi politici o umanitari, rende Bari (così come tutta l'Europa) una città che necessita di un'altra idea e pratica di accoglienza ed inclusione sociale. I trattati di Dublino, infatti, legano i rifugiati ai Paesi nei quali vengono identificati, costringendoli a palesarsi periodicamente presso gli uffici di competenza per confermare la propria presenza. Col tempo Bari è divenuta un luogo di stazionamento più o meno lungo. Tanto da favorire la nascita di vere e proprie comunità migranti, che sono diventate nel corso degli anni veri e propri punti di riferimento per i “nuovi arrivati” di volta in volta.
La presenza del centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.), sommata alle leggi europee e nazionali, che limitano in maniera considerevole la libera circolazione dei cittadini stranieri che riescono ad ottenere lo status di rifugiati per motivi politici o umanitari, rende Bari (così come tutta l'Europa) una città che necessita di un'altra idea e pratica di accoglienza ed inclusione sociale. I trattati di Dublino, infatti, legano i rifugiati ai Paesi nei quali vengono identificati, costringendoli a palesarsi periodicamente presso gli uffici di competenza per confermare la propria presenza. Col tempo Bari è divenuta un luogo di stazionamento più o meno lungo. Tanto da favorire la nascita di vere e proprie comunità migranti, che sono diventate nel corso degli anni veri e propri punti di riferimento per i “nuovi arrivati” di volta in volta.
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