giovedì 31 ottobre 2013

Lavorare meno, difendere l'ambiente e viver meglio

Rivedere la nostra idea di lavoro, di politiche del reddito. Mobilitarsi e lottare per ridurre l'orario di lavoro, abbattere la disoccupazione e viver meglio!

Il discorso dominante delle élite politiche ed economiche non lascia alcun dubbio durante questa crisi. Per alimentare la continua crescita economica e la promessa di piena occupazione, lavorare di più (e mangiare di più) è un dovere patriottico della cittadinanza moderna. Una volta conquistato il potere presidenziale francese nel 2007, Nicolas Sarkozy ha proclamato che la priorità era «lavorare di più per guadagnare di più».
Nel frattempo, Mariano Rajoy non sembrerebbe meno nella sua carriera alla Moncloa (il palazzo del governo, ndt) e, in un’intervista nel marzo 2011, ha inaugurato una via di sviluppo complessa «lavorare di più e guadagnare di meno». Una volta al potere, ha lanciato il suo piano di aumento delle ore di lavoro ad esempio dei funzionari a 37,5 ore con un congelamento dei salari. Allo stesso tempo, i datori di lavoro spagnoli sono venuti alla ribalta con la loro proposta di «mini-jobs», nessuna porta aperta a una riduzione dell’orario di lavoro per vivere meglio con meno, ma aumento del lavoro tra i poveri. Non lontano, il Portogallo ha deciso di aumentare di mezz’ora un giorno della settimana di lavoro nel settore privato e tutti i paesi europei hanno scelto di aumentare l’età pensionabile.
Di fronte a tutto ciò, che può soltanto aggravare ulteriormente la crisi sociale ed ecologica, è necessario rivedere la nostra idea del lavoro e delle attività umane: ci sono altri scopi diversi dalla crescita e l’essere umano ha altri mezzi di espressione, nonché di produzione o di consumo. 

mercoledì 30 ottobre 2013

Gli zingari che non rubano i bambini

La casa dei genitori naturali di Maria e quattro dei suoi fratelli a Nikolaevo, in Bulgaria, il 24 ottobre 2013. (Reuters/Contrasto) da Internazionale.it
 
E se Maria, “l’angelo biondo”, avesse avuto gli occhi scuri e la pelle olivastra, invece che dei bei capelli biondi e un colorito roseo? Se lo è chiesto Dezideriu Gergely, direttore del Centro europeo per i diritti dei rom, di Budapest.
“La conseguenza più pericolosa dell’isteria che si è diffusa in questi giorni è che ora viviamo nella paura che ci siano tolti i nostri figli sulla base di percezioni sbagliate. Nessuno dovrebbe essere giudicato sulla base della propria etnia”, ha detto al New York Times.
Tutto comincia il 16 ottobre quando, durante un’operazione nel campo rom di Fasala, ad Atene, la polizia sottrae una bambina di circa quattro anni, Maria, alla famiglia con cui era cresciuta perché il suo aspetto non combacia con quello dei suoi presunti genitori. La coppia è stata arrestata cinque giorni dopo per rapimento di minore. 

lunedì 28 ottobre 2013

Precarietà&occupabilità vs lotta&autorganizzazione

In vista della Manifestazione del 31 ottobre promossa a Bari dal Presidio permanente lavoratori Om pubblichiamo i Reports&Bollettini di Bastard&Poor'$, la prima agenzia di rating dei lavoratori


Bollettino #1: Saperi essenziali e occupabilità 

Secondo lo studio dell’OCSE, ai lavoratori e alle lavoratrici italiane mancherebbero i “saperi essenziali” per affrontare il XXI secolo. Per il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giovannini questo dimostrerebbe la loro scarsa occupabilità o, detto in termini meno espliciti, l’esigenza di formazione continua a tutte le età. Il messaggio subliminale, ma non troppo, di queste esternazioni è che, mancando quei saperi essenziali, meritarsi un lavoro è sempre più arduo e tanto più bisogna essere grati a chi ce lo dà, dimostrando la propria gratitudine ogni qual volta egli imponga un’ulteriore diminuzione del salario o un aumento dei carichi e degli orari di lavoro.
Secondo le analisi condotte da Bastard&Poor’$ questa prospettiva travisa la realtà innanzitutto perché non considera lo scollamento sempre maggiore tra formazione e lavoro, per cui anche là dove c’è un’alta formazione il lavoro è precario, sottopagato o semplicemente non c’è. Inoltre, con la scusa della formazione si è diffusa la prassi di utilizzare i tirocini non pagati come forma normale di assunzione temporanea. Infine, ci sembra che le qualità necessarie per essere e restare occupati siano altre: la resistenza a ritmi crescenti di lavoro, fisico e intellettuale, dovuto a una diminuzione generale del numero dei dipendenti, riscontrabile su larga scala dai negozi alle cooperative, dalle imprese di pulizia ai magazzini agli uffici e la disponibilità totale a qualsiasi condizione di lavoro.

venerdì 25 ottobre 2013

Riappropriarsi della fabbrica per riprendersi il futuro

L'appello per una manifestazione lanciata dal presidio permanente dei lavoratori Om

E' arrivato il momento di ri-prenderci il lavoro, la dignità...i nostri diritti!
MANIFESTAZIONE h16.30 Giovedì 31 ottobre – Piazza Umberto, Bari
Riprendiamoci le fabbriche!   

La vicenda delle ingiustizie subite dai lavoratori dell'Om Carrelli è ben nota. E oggi accomuna tanti e tante altri lavoratori e lavoratrici! Dopo la chiusura della fabbrica e le mancate reindustrializzazioni ci siamo autorganizzati con un Presidio permanente davanti ai cancelli dello stabilimento per rivendicare semplicemente un diritto che ci appartiene. Impedire l'uscita dei carrelli, prodotti con l'inganno, per noi significa continuare a lanciare un messaggio chiaro a tutti: le nostre vite non si barattano sull'altare dei profitti dei padroni!

Abbiamo ricevuto la solidarietà attiva di studenti, cittadini, tanti altri lavoratori, artisti come Caparezza, Anonima Gr, Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, calciatori del Bari calcio, parocchie.

mercoledì 23 ottobre 2013

Mobilitarsi per non rimanere indifferenti

L'appello-documento della Rete antirazzista del Salento per avviare un percorso comune tra le varie iniziative locali

La strage avvenuta alcuni giorni fa nel mare di Lampedusa ha suscitato un grande clamore mediatico accompagnato da accesi e ipocriti dibattiti politici. Come sempre, sui media, commozione e cronaca vanno a braccetto: ci vuole una enorme tragedia e grandi numeri per rendere attraverso gli schermi delle televisioni e dei sociali network l’idea di una nave colata a picco colma di esseri umani per immaginare la disperazione di tante vite silenziose, storie, quasi irreali, di chi scappa da una guerra, da persecuzioni, dalla miseria, o semplicemente vorrebbe una vita migliore. Tragedie simili a questa, con numeri meno eclatanti, si consumano giorno dopo giorno, da più di vent’anni. Un lento stillicidio che ha trasformato il Mar Mediterraneo in un cimitero di migliaia di corpi che non trovano spazio sui media, né ricevono lacrime istituzionali.

L'UE e i singoli Stati membri, nel corso degli ultimi vent’anni, hanno elaborato politiche migratorie sempre più incentrate sugli aspetti repressivi e gli orientamenti securitari. La volontà dichiarata di contrastare l’immigrazione irregolare è divenuta il leitmotiv della maggior parte dei discorsi pubblici (politici e/o massmediatici) che si è espressa fino ad oggi quasi esclusivamente mediante l’elaborazione di strumenti repressivi quali l’irrigidimento e l’esternalizzazione dei controlli alle frontiere o il rafforzamento delle garanzie d’esecutività per le espulsioni, lasciando nel dimenticatoio la promozione di percorsi di cittadinanza. Finora l’armonizzazione normativa tra gli Stati membri è avvenuta quasi esclusivamente in negativo, con la diffusione di pratiche repressive e di standard di diritti al ribasso. La stragrande maggioranza delle iniziative è andata nella direzione di assicurare la chiusura delle frontiere, nell’infondata illusione di bloccare i flussi migratori, mentre, in concreto, poco è stato fatto per promuovere la libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato, così come prevede, tra l’altro, l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

lunedì 21 ottobre 2013

Let's talk about amnesty

Dopo gli arresti della manifestazione del 19 ottobre a Roma proponiamo un articolo sulla repressione e sull'amnistia apparso su CommuniaNet.org
(foto del Collettivo per l'autogestione - Urbino)


L'8 ottobre scorso, con un messaggio inviato alle Camere, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha posto formalmente al Parlamento il tema del sovraffollamento carcerario e dell'amnistia. L'intervento del Presidente è stato sollecitato da una sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo (Corte Edu), approvata nel gennaio 2013 e resa definitiva a maggio, che intimava all'Italia di porre rimedio alla situazione di sovraffollamento carcerario entro un anno dalla sentenza definitiva (e quindi entro maggio 2014). Nel suo messaggio, il Presidente ha proposto misure di carattere strutturale, come la previsione di misure restrittive della libertà alternative al carcere, e la costruione di nuove carceri. Tuttavia, data la ristrettezza dei tempi imposta dalla sentenza europea, il Presidente ha suggerito l'impiego di misure straordinarie come l'amnistia (che prevede l'estinzione del reato) e l'indulto (che prevede l'estinzione della pena). 

Le reazioni della politica istituzionale non si sono fatte attendere. 

venerdì 18 ottobre 2013

Estate 2011, raccontare la rivolta dei migranti del Cara di Bari

Il processo presso il Tribunale di Bari verso 31 migranti, accusati di resistenza a pubblico ufficiale, blocco ferroviario, interruzione di pubblico servizio, danneggiamenti, violenza privata, risalente alla rivolta del 1^ agosto 2011 da parte di centinaia di richiedenti asilo del Cara di Bari-Palese è stato aggiornato al 7 marzo 2014. 

Quelle ore e lunghi giorni, così come i mesi successivi (quando abbiamo avviato una raccolta fondi per l'assistenza legale agli arrestati), li abbiamo vissuti in prima persona a supporto delle rivendicazioni dei migranti "ospiti" del Centro di accoglienza richiedenti asilo; i quali per mesi, prima della protesta, avevano chiesto alle autorità compententi (governi locali e nazionali) di accelerare le pratiche per i permessi di soggiorno e il riconoscimento dello status di rifugiati. 

Cosa più facile in questi contesti è accusare i diretti protagonisti. A maggior ragione quando, da 'povere vittime' alle quali concedere carità ed assistenza, i migranti decidono di autorganizzarsi e ribellarsi a fronte delle negligenze e responsabilità dei governi e di chi lavora per loro.